Incipit - La storia che vorrei ha catastrofi nell’acqua un ponte sopra l’erba dove passare oltre e forse ritornare. Conosci lo stupore? Fa a botte con i nomi, i ricci di passaggio e lo hanno visto andare, dirimere formiche come se fosse corvo e io campo di grano. Dovrei lasciare scritto, a penna di sudore, tutte le mie gramigne perché tu sia convinto. Ma ci vorrebbe tempo, ed io ho poche righe di gialla ingenuità da contrattare a metro. Dunque, mi arresterò. E tu, da prigioniero, leggila, per una volta, la storia che vorrei.
Sono sempre fra noi, questi tipi esili
Senza dimensione come le figure grige
Su uno schermo. Sono,
Diciamo, irreali:
Fu in un film, fu soltanto
In una guerra dalle sinistre notizie, quando
Eravamo piccoli, che essi a forza di fame
Divennero così smunti e poi non rimpolparono
Le loro filiformi membra benché la pace
Rimpinguasse le pance dei topi
Sotto la piĂą misera delle mense.
Fu durante la lunga battaglia della fame
Che scoprirono il loro talento a perseverare
In esilitĂ , per venire, piĂą tardi,
Nei nostri brutti sogni, minacciando
Non con fucili, non con prepotenze,
Ma con un esile silenzio.
Avvolti in pulciose pelli di somaro,
Senza lagnarsi, pur sempre bevendo aceto
Da bicchieri di latta: circonfusi
Dall’insostenibile aureola dei segnati
Capri espiatori. Ma una vita così esile,
Così sparuta razza non poteva restare nei sogni,
Non poteva restare razza di estranee vittime
Nell’angusta contrada della testa
PiĂą di quanto la strega nel suo tugurio di fango
Potesse fare a meno di tagliare la polpa
Dal fianco della generosa luna quando
Notturnamente passava il suo cortile
Finchè non l'avesse il suo coltello ridotta
La luna a una buccia di piccola luce.
….
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ciao, ciao al n.*loading*
La storia è cominciata molto prima di quanto non abbiano riportato i quotidiani. Era marzo, o forse settembre, ma era comunque uno di quei periodi in cui la luce si piega in due per passare attraverso le folte chiome degli aranci.
Cominciarono col tagliare i rami. La terra, improvvisamente nuda, assunse gradualmente la tonalità di una sofferente siccità. Dopo qualche giorno le seghe elettriche cominciarono ad emanare un suono più duro e prolungato. Evidentemente avevano deciso che spiantare gli alberi era un lavoro troppo lungo e dispendioso e che era sicuramente meno costoso e più indolore tagliarli direttamente. Pochi si sarebbero accorti della differenza. Fu solo allora che comparvero i tabelloni che rivelarono al vicinato ignaro il vero motivo della meticolosa opera di pulizia del piccolo giardino nel cuore della città. Non era l’accurata opera di giardinieri attenti che tentavano di salvare le piante da chissà quale malattia. “Costruzione e vendita di box auto pertinenziali. Tel. 3487050***”. La scritta era giusto di fronte al mio balcone. E’ strano come la gente non elabori le proprie ipotesi sulla base degli eventi più frequenti. Me compresa, molti avevano pensato che gli alberi di aranci erano malati. Invece, dovevano toglierli di mezzo e basta.
Dopo aver raso al suolo il giardino, demolirono l’asilo. Era una costruzione bassa, con le vetrofanie dei sette nani sulla lunga parete a finestre che dava sul giardino. Gli scivoli e tricicli erano già scomparsi da tempo. I bambini col grembiulino bianco ancora prima. Per trasformare un quadrato verde e bianco in un ammasso di macerie grigie e armature di ferro contorte non ci vuole molta fantasia. Basta una ruspa, qualche ingegnere e un drappello di operai senza casco. Con poco, i sette nani scomparirono dentro un ammasso di polvere e fango, insieme alle foglie verde scuro che coloravano quell’incrocio di piccole strade.
Con l’inverno presero a trapanare senza sosta il terreno. I palazzi intorno vibravano e gli abitanti dell’unico condominio affacciato sullo scavo ciondolavano tra la rabbia di non poter fermare quel rumore infernale e l’indolenza dell’assuefazione. Qualche signora che abitava lì si avvicinò pericolosamente all’orlo dell’esaurimento nervoso e lo guardò, senza poter affermare con certezza che non ci sarebbe arrivata comunque. Orlo per orlo, lo scavo non faceva che rendere tutti i nostri incubi semplicemente più profondi.
Io guardavo dal mio balcone e pensavo alle canzoncine dei bambini che si sentivano in primavera, alle figure che si aggiravano curve nel giardino per togliere le erbacce, al piccolo portico d’ingresso e alla madonnina al centro del giardino. Quando frequentavo quell’asilo, il giardino delle suore era un luogo al quale raramente avevamo accesso. Per questo era particolarmente eccitante il giorno del pic-nic in giardino. Noi bambini eravamo molto emozionati e aspettavamo con ansia il momento della merenda. Dopo aver detto le preghiere ad alta voce intorno alla fontana con la madonnina, le maestre ci davano il via libera e tutto diventava novità perché si poteva mangiare e giocare in mezzo ai vialetti ombrosi, in un luogo che finalmente non era solo d’asfalto e di cemento. Se poi si riusciva a sgattaiolare oltre i vialetti per tastare la terra e il ruvido tronco degli alberi, la novità diventava avventura.
La storia delle perforazioni durò a lungo. Nel condominio molti si aggrapparono disperati a lunghe telefonate di protesta alla polizia municipale, ai carabinieri ed anche alla guardia forestale, ma la cosa non ebbe grosso impatto. Esposti e denuncie finirono seppelliti dal lavorio operoso degli uomini senza casco di protezione. O forse dalle cortesi attenzioni di qualche amicizia importante. Tant’è che quando portarono via le macchine altre tre piani che per mesi avevano perforato cielo e terra, tutti i condomini tirarono un poderoso sospiro di sollievo. Le ingombranti macchine da guerra che ci toglievano la vista e l’udito furono sostituite da un paio di Case 240 che, al confronto, facevano un rumore assimilabile alle conocchie di un tombolo.
Quando arrivò la rassegnazione completa dei balconi serrati e lo sguardo si distolse definitivamente dal buco di fango e trivelle, la gente trovò come regalo la tiepida consolazione del caldo sole estivo e decise di emigrare verso i solidi lidi vacanzieri. Finalmente distratti dal quotidiano battere delle perforatrici, tutti svolazzarono via, attratti dal magnetico bailamme di costumi, creme solari e serate d’aria fresca. Un altrove agognato dove cambiarsi d’abito per la sera, prendersi il tempo per le creme emollienti, i pantaloni leggeri e i sandali in cuoio. La buona gente piene di rigore civico cominciò a diradarsi, trascurando il fatto che nell’arco di un mese o due il buco dei loro incubi sarebbe diventato, nel frattempo, più profondo. Nessuno si soffermò sull’eventualità di trovare, sotto uno sguardo più invernale, la depressione del terreno approfondita.
Quando tornarono alla spicciolata dalle vacanze non ci fecero caso. Quattro metri in più non fanno tanta differenza. E con tutto quel via vai di cingoli sporchi di fango e uomini bruciati dal sole le viscere della terra non sembravano poi tanto più profonde di prima. Settembre era appena iniziato, ma il sole già da tempo non aveva più bisogno di piegarsi per passare tra i rami degli aranci. Sparava i propri raggi direttamente sulla terra riarsa. Io innaffiavo il gelsomino sperando di proteggere la mia piccola riserva di umori umidi e colori diversi dall’incedere impetuoso del cemento. Ascoltavo le solite canzoni d’amore e quando mi affacciavo al balcone cercavo di immaginare i pensieri degli uomini dalla pelle bruciata dal sole. Purtroppo né il gelsomino, né i pensieri crescevano più di tanto.
Quando, per l’ennesima volta, arrivò una solerte volante dei carabinieri, nessuno ci fece molto caso. Gli uomini in divisa, andarono su e giù per la strada neanche troppo preoccupati. Era una solida giornata assolata, il compiacente termine di un’estate estremamente generosa e su tutti aleggiava ancora una certa leggerezza vacanziera. Solo la comparsa delle mimetiche degli uomini dell’esercito che scendevano dal pesante automezzo sul quale troneggiava la scritta “Nucleo Artificieri” fece girare leggermente le teste. Le mamme che compravano i quaderni e gli zaini per l’inizio della scuola, gli avvocati che si affrettavano verso l’edificio della procura, i ragazzi che ciondolavano al bar in attesa del primo vero filone. Tutti corrucciarono impercettibilmente la fronte ma, poiché il regista non aveva ancora dato il via alla kermesse delle nostre angosce oscure, il fotogramma del dubbio durò solo pochi momenti. Fu l’avvento del buio che cominciò a portare qualche inquietudine. Il fermento arrivò col passaparola delle mezze frasi, con le prime transenne sulla strada e col moltiplicarsi delle auto di tutti i tipi di forze dell’ordine che si addensavano nel perimetro appena circostante lo scavo. Sguardi sospesi e risate nervose. Alle ventuno arrivò la notizia definitiva dell’evacuazione, la polizia municipale cominciò a suonare tutti i citofoni e il quartiere si trasformò uno squillo continuo di telefoni ed un rollare di trolley trascinati in fretta per la strada, persiane messe giù con forza, chiavistelli che giravano preoccupati nelle serrature abbandonate al buio della notte.
Andammo tutti verso un nuovo altrove, diverso da quello invitante e sorridente dell’estate. Gli uomini erano agitati e rabbiosi, le donne preoccupate e indaffarate a preparare bagagli frettolosi. Qualcuno dimenticò il dentifricio, altri la patente. A tutti mancava qualcosa. Sembravano prove di guerra, con la benedizione dei padri che l’avevano vissuta, regalandoci la possibilità una nuova opportunità o di una ennesima sconfitta. Tutto dipendeva da come sarebbe andata a finire.
La maggior parte degli evacuati trovò una sistemazione senza grosse difficoltà. La macchina dei soccorsi allestì brandine e cibi caldi che rimasero in gran parte inutilizzati. La media borghesia ha molti amici. Io, dal mio rifugio dorato di sole, guardavo, immaginando di poterla vedere, la mia casa, tremula e silenziosa. Immaginavo che, nell'imbarazzo di creare eccessivi spostamenti d'aria, le mura scricchiolassero timore augurandosi di non scomporsi, di non vibrare. Ma la casa semplicemente attendeva e probabilmente non tremava. Era solo la mia inquieta immaginazione che scuoteva il marmo levigato e ormai polveroso dei miei passi quotidiani. Le pareti tinteggiate verde acqua ed i solidi vasi in terracotta erano sicuramente più fermi del mio sguardo che spiava guardingo il tratto di costa dove giaceva, apparentemente calma e sicuramente vuota, la mia strana città scossa dal timore e dalla curiosità. Il mio sguardo si spostava inquieto verso il mare, la spiaggia sottostante o qualsiasi altra prospettiva che non comprendesse la schiera di condomini in riva al mare sotto l'incubo di uno scoppio immediato. La bomba poteva esplodere da un momento all'altro e noi eravamo tutti indecisi se attendere la storia della nostra vita oppure angosciarci per i possibili ed incalcolabili danni patrimoniali. Dovevamo aspettare sei giorni di limbo, distante ed asettico, ed io ero su una riva moderatamente smossa dal vento, lambita dai pochi gabbiani rimasti. Alle volte si sentivano alcuni sordi brontolii del mare, che sembravano tiepide esplosioni in lontananza. Smuovevano l'anima prima che l'aria. Noi che, soprattutto distanti anche se non ignari, sentivamo l'alito dell'inquietudine passare sul nostro collo nudo.
Erano tutti divisi tra la curiosità e il timore. Si vedevano mezze facce, mezzi uomini e occhiali contorti dall'indecisione di mostrare un occhio piuttosto che l'altro. Sui treni le persone viaggiavano restringendosi sul sedile, abbracciando un solo bracciolo. Alcuni a destra, altri a sinistra. Non c'era una regola precisa, ma spesso le donne preferivano il lato sinistro, mentre gli uomini scivolavano contriti verso lo stesso lato delle donne solo nei momenti in cui il treno scuoteva maggiormente i suoi vagoni. Molti giravano per la città con piccoli bagagli colmi di cose pressoché inutili, anche se non dovevano partire. Ognuno a spasso con la propria incerta identità. Penne, rubriche telefoniche, vecchie collanine e foglietti pieni di scarabocchi e cifre. E tutti avevano quell'aria a metà, quella docile incertezza che separa il naso dalle orecchie quando il vento passa forte sui capelli. Alcuni si fermavano ad ascoltare timorosi i fischi che avvisavano il ritorno del vento. Altri annusavano insistentemente l'aria alla ricerca dei sintomi di una prossima pioggia. Nessuno era quieto, ma lo stupore li addolciva. Sembravano bambini stretti ai loro giocattoli, finti adulti in cerca del nastrino rosso che poteva ricondurli alle case di un'esistenza normale. Ma la normalità è un gioco noioso, lo si capisce solo verso i novantanni. Se non ci arrivi, a quell'età, il rivolo di allegria che scende giù dalle montagne finisce in un pantano, stagna e poi si esaurisce prima di te. Una fiammella. Le facce si dividono e le cartacce volano. Persino la luna, incontinente, può piangere barlumi, dopo.
Allo scadere del sesto giorno l’attesa era palpabile come una marmellata che si attacca ai polpastrelli mentre cerchi di pulirla via. Incollati al televisore aspettavamo notizie. La bomba si svita facilmente, l’esplosivo si scioglie, forse torna tutto come prima. I palazzi sono ancora al loro posto, possiamo riprendere le burrascose riunioni di condominio, le ringhiere ci proteggono dal vuoto, i balconi aspettano per offrirci un solido spazio aperto da cui fuggire facilmente. Le auto si affrettano e la storia si richiude su sé stessa: la guerra è di nuovo finita anche se non è mai cominciata sul serio. Non ci sono morti per le strade, è stata solo una grande esercitazione ben organizzata, non pensate di confrontare questo giochetto con le cose serie. Il sindaco toglie le barriere e plaude alla collaborazione civile e discreta dei cittadini.
Il periodo della bomba è stato tutto sommato piacevole, oppure tonificante. Come si dice di qualcosa che ti strappa violentemente dalle certezze quotidiane e ti costringe a contare i minuti, le ore o i giorni, aspettando che passi l'uragano. La quiete dentro la tempesta. Un piccolo tumore sulla gamba. La paura attutita dalle giornate di sole oppure il sole che sogghigna nonostante la tua paura. Le cose che giocano alla vita, gli uomini che badano al lavoro, il vento che batte sopra i vetri, il mare incazzato per l'inverno, il sole sfacciato di settembre. Riepilogare, assentarsi, dormire, sostare, guardare. Tutte cose da fare in una volta sola, un attimo dilatato, sei giorni fuori dall'acqua certa, quella col fondo chiaro. Un giorno sospeso, due giorni di paura, tre giorni d'attesa. Così passa una settimana se l'ultimo giorno, anziché riposarti, prendi sulle spalle le ansie del tuo mondo e le riporti a casa, dopo che è finita l'avventura, il cono d'aria si è fermato e il macinino del caffè comincia nuovamente a scricchiolare grani. Senti l'aroma, come fosse cosa nuova, e poi finisci infuso, come prima, nell'acqua calda di un caffè servito al bar.
Mercoledì 17 settembre, ad un'ora imprecisata della notte. È tornato quello stupido dolore alla gamba, insieme ad una fastidiosa sensazione di estraneità. Guardo lo scavo dove c'era la bomba, le luci lampeggianti della farmacia, la gente con i maglioncini di filo e le borse portadocumenti sottobraccio. La torretta della stazione è stranamente illuminata dai fari dei cartelloni pubblicitari. Non ci avevo mai fatto caso. Deve essere la nuova luce che copre la città. L’improvvisa sensazione di dover scoprire qualcosa, il dovere di guardare e mandare a memoria, perché nessuno può sapere se il giorno dopo avrai le stesse cose davanti ai tuoi occhi. Banale, e in generale poco probabile.
Non posso fumare in camera da letto perché fa troppo freddo per tenere aperta la finestra. La temperatura è scesa bruscamente e la gamba non mi fa dormire. Forse è il disagio che non mi fa dormire. Oppure il vento. Se non ci fossero i lampioni per strada il tremolio dei vetri delle porte sarebbe sopportabile. È strano come cambino le paure quando cambia la posizione geografica. In riva alla spiaggia era l'oscurità del mare, i tipi loschi che parlavano a voce alta al cellulare sotto la mia finestra. D'un colpo, tornando qui, tra le solide pareti di un condominio di città la paura è quella di ingiallire come le mura del fabbricato di fronte, di non trovare spazio tra le ringhiere.
La voragine dello scavo mi attende ogni mattino, al di là del mio balcone. Ogni pomeriggio si trasforma in un gioco di ombre grigiastre e schegge di terreno misto a fango. La sera si rinchiude, inquieta, avviluppata dall'oscurità appena rischiarata dalla luce dei lampioni. Prima di questi strani ed imprevedibili eventi l'enorme buco sotto il balcone della mia cucina era un memento di rabbia, il lampante monumento all'incapacità di una città di salvare un piccolo giardino di aranci. Mi sembrava di vedere le suorine scappare davanti ai grossi escavatori gialli. Piccoli cenci neri che forse maledivano silenziosamente la curia, la congregazione o, forse più probabilmente ingoiavano con rabbia un voto di obbedienza, restando dietro le persiane azzurre, cercando di proteggersi dall'assalto della polvere e del frastuono delle perforazioni. Niente più bambini col grembiulino bianco sotto le fronde, fatta fuori pure la madonnina che regnava sulla fontana al centro del quadrato di aranci e terra umida.
Prima di questi strani ed imprevedibili eventi, quel buco di terra scavata era solo il neo fastidioso di una civiltà distratta, la consacrazione dell'aria che diventa cemento. Oggi nel buco c'é la paura della storia che ritorna per punire le dimenticanze degli uomini, un post-it giallo fango per ricordare a tutti l'effetto di un lungo salto a piedi uniti. Restare col fiato sospeso per paura che un respiro troppo lungo possa provocare uno spostamento d'aria sufficiente a far detonare tutte le buone cose messe da parte, al riparo dentro i muri in cemento armato, abbastanza solidi, ma solo in apparenza, per difendere le foto, i diplomi, i merletti e i peluche. Poteva essere un geyser di emozioni accuratamente conservate, con intere collezioni di conchiglie e vecchi libri di scuola, quadernini vergati piano e sacchetti di dentini che andavano per aria. Invece, per fortuna, non è stato.
La città ha esultato, ha preso i fagotti stupiti ed è tornata toccare le proprie borse, le stoviglie e le buste della spesa. Il buco di fango resterà ancora un poco a sentire le chiacchiere incuriosite dei passanti e a farsi scattare insignificanti foto dai cellulari curiosi. Ma un salto a piedi uniti non può durare a lungo. La forza di gravità porta le bombe verso la terra e gli uomini verso la normalità.
Dopo due mesi di approfondite indagini i Case sono tornati all'opera. Affondano tranquillamente i denti di metallo nella terra dove c'erano gli aranci, i bambini dell'asilo e, un po’ più sotto, anche un attrezzo mortale da
Io, sul mio balcone, cerco di far resistere il gelsomino al vento forte dell'inverno. Non nutro molte speranze, semplicemente qualche sogno e, mentre spio dietro le persiane chiuse del convento, mi chiedo se, per loro, una preghiera altro non sia che un gran salto a piedi uniti. L'allenamento conta in ogni disciplina.
Scrivo alle lettere a cui ho rubato l’esistenza, a quelle cui ho negato anche l’apparenza, a tutte le lettere scivolate nella distrazione di un accordo stonato. Scrivo alle lettere che non ho avuto il coraggio di scrivere, a quelle mascherate dietro un sole scaduto da poco, a quelle inondate dai riflussi esofagei del mio io impenitente.
Scrivo alle lettere per dire.
Non come farei scrivendo alle persone. Dove nasconderei la macchia acuta ed oblunga di una nascita interrotta, sperando che muoia prima di imparare a parlare. Che del sole non si dica. Si parli dei sorrisi, che i denti siano bianchi, che l’alito sia una leggera fragranza di chewingum masticato per l’occasione.
Scrivo alle lettere per dire.
Senza aspettarmi che mi ascoltino. Le lettere, sicuramente, mi dimenticheranno, così come io ho perso la loro conoscenza non appena mi sono sfuggite di mano. Sono svenute come giovanette di fronte ad un eclissi del mondo. Quando hanno riaperto le loro vocali per smuovere il mio moto dilagante, quando erano pronte per morire di me, ero già andata via - io lo so.
Scrivo alle lettere per scrivere.
Non pretendo altro. Che nessuna torni indietro. Ne potrei morire.
Che nessuna mi sia memoria, per riportarmi al tempo delle camelie o a quello delle ginestre. Giallo o bianco, piuttosto, io vorrei cangiasse, perché la storia continui ad arrotolarsi. Non fermatevi, piccoli strascichi, reti e pesci, camere, case ed alberghi, cuori discinti che eravamo, piccoli uomini che siamo. Correte, parlate, muovete la melma e i suoi fianchi, le timide anse del pantano costruito in questi teneri e dolorosi anni. Io non posso non fare caso ai piccoli fiori rosa che ho lasciato nel posacenere senza averne nostalgia. Sopravvivo con loro alla mia stessa carestia, alle auto che scorrono impertinenti sotto lo sguardo della notte. Sono piene di ragazzi, sono piene, le auto. Hanno scie e voci. Poi il gioco si fa duro ed il sole si perde con il resto della scala.
Non scrivo per parlare. Ormai non più. Non ne sono capace.
La retta, la via, la dea scordata si sono messe insieme per tendermi un tranello, tutto fughe ed anelli scordati. Una volta avevo tra le dita una penna ma la penna ha perso il tono e la musica ha fatto il suo tempo. Fuori tempo, le lettere perdono la chiave e la vita si appende all’unico filo che trova. Mollette per amore, mollate dal fervore, si affaccendano a trovare le rime a sopravvivere. Ci salva il sole, qui al sud. Ci salva la terra e la polvere che vola nei giorni di primavera. Per le zanzare c’è tempo, non temere. Io ti proteggerò con l’umido dei miei pensieri. E saranno volte affannate dall’impossibilità di accartocciarsi su se stesse. Saranno lettere impresse su piccoli fogli che tu ricorderai.
Io farò piccoli segni neri, sempre più brevi, sopra le striscioline attaccate ai miei vestiti, fazzolettini sporchi di muco, catarro dei miei anni che non riesco a risollevare dai pozzi delle assenze. Farò segni sempre più brevi, piantine senza orizzonte, figli senza natura. Avrò pure delle lettere da scrivere, da conservare senza senno. Avrò malattie e germi che crescono nel bidone, uomini dimenticati e figli abortiti. E lettere dimenticate.
Ho già un addio pronto nella tasca, un treno che sferraglia ed una morte da ricordare. Mi manca solo un saluto da lasciare in coda a questa lettera.
Sommesso il campo in cui mettemmo
la nostra bianca sposa, o rosa.
Aveva aspetto e fare prepotente
con un gentile tocco sorridente.
Era la stola della grazia, la vecchia
nostra abitudine ideale. Sopravvissuta
alle catene sciolte dell’arbitrio,
a quanto ci guardammo ed ai sorrisi.
Era una piccola combriccola stonata.
Ci fu un momento che il timore
dell’argentite acuta ci planò.
Poi stesero la merda sotto i piedi
e ci fu luce e foglie incerte
che nate e morte sottovento
potevano addentare la vittoria.
Il ministero fu solenne
quando distribuì coccarde infami.
Noi eravamo pochi e fragili
nel controvento assurdo,
nel dubbio tra la gloria e l’ambizione,
non si capiva bene il danno,
l’origine ed il marcio. Il falso
era un timore oscuro, un gioco.
L’oriente ci addentrò. Così
ci ritrovammo a mano stretta,
in bilico. Tra l’ansia e la paura.
Ci fu fragore e noi guardammo.
Hanno scavato strade storte
dentro le storie disabitate e acute
percorse con gli stenti della fame
di gloria, amore e luci gialle.
Hanno voluto giorni usati
da consuetudini e balzelli.
Io passo note, tranci e fori
con l’abitudine onanistica
di riconoscere il colore.
Su questo neomelodico furore
ho ucciso il mio cappello
togliendo le maiuscole alla pena.
Se fosse rima, smorfia di bellezza
non sentirei fatica ai tasti smerigliati
dall’uso, dall’unto e dal consunto.
S’è perso il lago grande
con i tronchi. Il lago con i tronchi.
Sarà sempre acqua quella che trascina?
O briciole di terra agguanteranno l’alba?
Il tavolo ha vetro sufficiente per sparire
Non guardate oltre la trasparenza,
l’acqua sta per finire.
Lo chiamano odore di vecchio. Aleggia in tutto l’edificio, mischiandosi al disinfettante, alle striscie sui muri ed al leggero tonfo delle porte richiuse dietro i carrellini in acciaio. Si mescola al silenzio di voci ed al sussurro dei tiggì sempre accesi sopra il sonno di qualcuno.
A vederla da fuori, la residenza non è male: emana profumo di pini e solitudine; ne sono impregnate le panchine di legno e ferro battuto che la circondano aspettando compagnia. è una di quelle tipiche costruzione in mattoncini rossi che ammicca alla campagna fingendo di esserle amica. Ci sanno fare gli architetti in questo e conoscono bene l’accoglienza discreta del rosso sotto le fronde degli alberi.
Ricordo il giorno in cui l’hanno inaugurata: c’era anche l’architetto che l’aveva progettata, indossava una sciarpa con grandi rose rosse ed un paio di scarpe pitonate. Ricordo che mi colpì il suo abbigliamento e che pensai che se avesse potuto costruire come vestiva, la residenza sarebbe stato un posto molto più stupefacente. Probabilmente, però, sarebbe stato un posto molto meno adatto a tranquillizzare i rimorsi di coscienza dei cinquantenni in carriera che venivano a depositare qui il proprio passato. Non deve essere facile il lavoro di un architetto, così costretto dal cemento armato e dalle esigenze dei clienti.
Pensando queste cose, ebbi un moto di tenerezza verso le rose della sua sciarpa e quelle della piccola aiuola ai fianchi dell’ingresso. L’aiuola, forse, era una delle poche concessioni che l’uomo pitonato aveva fatto alla sua arte. Se potesse vedere ora il triangolo di terra arida rimasto dopo il fugace passaggio del cespuglio di rose selvatiche, forse l’architetto piangerebbe. Così pensavo prima, ma ora ho leggermente cambiato idea. L’architetto avrà intascato la sua profumata parcella e buttato via la sciarpa con le rose subito dopo l’inaugurazione. Qualche tempo dopo una orgogliosa anziana con la pensione minima, una di quelle che ogni mese fa un salto alla distribuzione di abiti della Caritas, ha cominciato ad andare in giro sfoggiando con soddisfazione una sciarpa double face dai colori sgargianti. La indossa per la messa della domenica, non certo quando aspetta la chiusura dei mercati generali per raccogliere la frutta e la verdura che i venditori hanno scartato. Conserva la sciarpa, ripiegata con cura in una sottile carta velina, col timore che si macchi a contatto col legno del comò. Anche i detersivi costano, in più si dice che inquinano. Due buoni motivi per usarli con cautela. Per il futuro degli uomini di domani. Anche se lei non ha figli e suo marito è morto di tumore ai polmoni a cinquantacinque anni dopo averne trascorsi trentacinque in una fonderia.
http://www.lucianabartolini.net/pagina_lavoripcr.htm )
Sto di nuovo divagando con la fantasia, coltivando pensieri rubati agli occhi socchiusi degli altri. È un mio vezzo, una passione irrinunciabile, tanto immotivata da sembrare quasi una malattia, a volte. La malattia, però, anche quella con la emme minuscola, è un’altra cosa ed io lo vedo tutti i giorni. La malattia ti piega al suo volere; io, invece, sopravvivo bene anche con questa mania, anzi. Nell’incertezza delle mie divagazioni, però, posso essere abbastanza sicuro di una cosa. Sono sicuro che la signora che ora gira con la sciarpa con le rose non ha i milleciquecentocinquanta euro necessari a passare i suoi peggiori anni in un posto dall’aria accogliente e con gli infissi sempre chiusi come questo. Non le mancheranno i miei sorrisi e le mie storie perché non li conosce. Ha solo la strada di casa per pensare alla morte. La gente che sta qui, invece, ha lo sguardo vuoto e desolato della ricchezza abbandonata, non pensa alla morte, la desidera soltanto.
Io non faccio niente di particolare per evitare che i loro desideri cambino direzione e so bene che non basta un sorriso educato o il tintinnio del cucchiaino nella tazza dell’orzo per riportare in vita il tempo dell’oro e quello del vento tra le mani. Io faccio solo il mio lavoro, bevendo pensieri dalle loro occhiaie, tramando storie sulle onde di pelle che cascano dalle loro braccia. La vita è fatta a strati, c’è sempre qualcosa che si attacca sul passato e loro ne sono talmente pieni che l’ultimo strato rischia di appesantire a tal punto la struttura da far crollare tutto. Se lo avesse saputo l’architetto, certamente avrebbe escogitato un sistema per sostenere il passato, un arco in legno stagionato che potesse far crescere piccoli muschi o una cuspide d’acciaio per slanciare l’anima verso il cielo. Ma l’architetto è venuto alla residenza solo una volta dopo l’inaugurazione, quando ha lasciato qui il suo amorevole pacco, da curare finché morte non ci separi.
è una donnina piccola e grassottella, dall’aspetto campagnolo, che indossa sempre i calzini bianchi perché il cotone è l’unica fibra che non le irrita le nodose escrescenze callose dei piedi. Sono sicuro che preferisce il bianco perché la candeggina le garantisce un candore simile a quello del sapone che non riesce più strofinare. Ha la pelle liscia della donna che non è mai uscita troppo spesso, una pelle contaminata dall’età ma non ancora scurita dalla fuliggine del tempo. È chiara come le bambole di porcellana e come loro resta muta per la maggior parte della giornata. Qualche volta la immagino con la boccuccia corrucciata dipinta di rosso mentre, seduta nella poltrona della sua stanza, sbircia la porta aspettando che qualcosa accada. Ma il rosso delle rose non è mai sceso sulle sue labbra. È rimasto sulla sciarpa di suo figlio.
...continua nel post successivo
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Io faccio il mio lavoro e guardo la vita che si aggrappa all’insegna della residenza, un tabellone bianco appeso con due catene ad un mezzo arco di ferro battuto. Ondeggia raramente il tabellone, perché qui non c’è mai vento, le foglie si muovono piano e le ore hanno il passo felpato dei sandali bianchi delle infermiere. Quelle rare volte che il tabellone si lascia scuotere dall’aria, il cigolio delle catene suona come un lugubre avvertimento. È come sentire il rintocco delle campane quando si celebra un funerale. Quando lo sento, faccio un giro per le stanze ovattate, cercando di capire, attraverso le loro cataratte, chi ha già rivolto il suo sguardo altrove. Tendo a concentrarmi su chi sta da più tempo qui, anche se non sono necessariamente i più anziani o i più malandati. È che io so che esiste un limite alla pazienza di aspettare il proprio turno, lo leggo nella lunghezza delle loro passeggiate. Quando cominciano a chiedere il pasto in camera, significa che hanno ormai studiato tutte le pieghe del corridoi, le bozze sui muri ed i graffi sulle sedie della mensa. Non hanno altro da conoscere e si limitano ad aspettare che l’unica vera novità entri dalla porta e li porti via. Quelli appena arrivati, invece, hanno addosso l’aria densa delle strade di città.
Pensano ancora di fuggire – o di sfuggire – facendo capatine in giro, spiando la sala di ritrovo e il bar, tornando in camera a cambiarsi per poi uscire di nuovo, augurandosi che il golfino ricevuto dalla nipote per il compleanno possa cambiare gli sguardi, il colore delle pareti e le luci al neon. I più arditi, dopo colazione, indossano il cappotto per arrivare fino al patio. Il giardino è sempre vuoto e d’inverno nessuno fa volteggiare con i passi le foglie sul viale. Solo d’estate, quando il pomeriggio volge lo sguardo sulla facciata di dietro, qualche ospite, ribellandosi ad un’abitudine non ancora acquisita, cerca di conquistare accenni di dio dalla frescura del porticato della facciata principale. Non durano a lungo, però. Le cicale cominciano frinire già dal pomeriggio e la solitudine si dilata molto più quando si confronta con il cielo che quando lo fa con le pareti di una stanza.
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Lo chiamano odore di vecchio, ma fanno confusione e non sanno distinguere le differenze. Io della gente ricordo solo gli odori, perché è l’unica cosa che mi è rimasta di mio padre. È un odore molto preciso ed ho paura di dimenticarlo, per questo faccio attenzione a non confondere quello degli altri. Sarebbe come sottrarre loro l’unico principio che può distinguerli, renderli differenti gli uni dagli altri. Gli occhi hanno tutti uno stesso atteggiamento acquoso, le labbra si raggrinzano appena tolgono la dentiera ed i capelli sottili sottili hanno tonalità che variano tra il bianco cenere ed il bianco latte. Ogni stanza, però, ha un odore diverso. Lo devi scovare tra gli effluvi di aerosol ed il sapore saturo del consommè che si diffonde nei corridoi, ma c’è.
In questo posto io ho imparato ad ascoltare la gloria e l’odore di vecchio. Qui ci sono tazze in porcellana per l’orzo mattutino, copriletto di picchè in tinta ocra per non offendere gli occhi stanchi dei nostri ospiti e rose selvatiche che non avuto acqua perché la loro veracità poteva offendere la vita spenta che si celebra qui dentro. Il direttore amministrativo è una persona attenta a queste cose: fa attenzione al risparmio idrico perché l’acqua è vita e qui c’è troppo poco da vivere. Oltre le cose che noi abbiamo deciso per loro, però, c’è quello che loro si portano dietro, una cosa privatamente inevitabile: l’ultima ombra della loro vita è l’odore.
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L’unica certezza è che voi non potete prevedere se questa storia finirà come una soap oppure in un lago di sangue. Per questo io racconto. Racconto di una ragazza sui trentacinque con la gonna plissettata e gli occhiali di Dior che attraversa una panchina come la sacerdotessa del mio desiderio e, mentre io la fisso, guarda distratta lo schermo del suo cellulare. Non aveva cagnolini al seguito, non c’era una troupe a rincorrerla, non aveva una truccatrice col pennello ad aggiustarle i riflessi sul viso. In fondo era solo una donna con un cappellino rosso ed un paio di occhiali scuri. Però mi piacque un sacco. Decisi che l’avrei portata a casa mia, che avrei reso la sua immagine sempre vivida nella mia piccola esistenza. Non potevo lasciarla scappare, non potevo lasciare che la grazia dei suoi ginocchi andasse dispersa nella mia memoria. Dovevo assolutamente fermarla. Cominciai a studiare la luce che si stendeva sulle sue guance, la borsetta appena dietro la spalla, il cappottino sciolto che non sembrava opporre particolari difese. Era una preda assolutamente inerme.
Dall’angolo della panchina lei cominciò a sentire il mio sguardo ed il mio fiato. La vidi spostare leggermente il suo corpo a sinistra, tentando una timida azione di difesa. Ma il mio sguardo era incollato su di lei, la macchina del mio corpo era quasi pronta a scattare e lei sentiva il mio affannoso pensiero avvolgersi attorno al suo cappotto di panno, scaldarsi sulla sua fronte coperta dal cappellino rosso e scrutare i piccoli oggetti contenuti nella sua borsetta.
Il momento stava per compiersi, lo scatto non avrebbe richiesto più che una frazione di secondo e lei era pronta e trepida a sottomettersi al mio sguardo invadente. Imbracciai la macchina e scattai. Sulla mia pellicola rimase impressa l’immagine di una donna graziosa curvata sulle pieghe della gonna, con le sopracciglia corrucciate di chi aspetta strane notizie con un piccolo apparecchio che scrive parole nella mano. Nella mia testa rimase un profumo che non avevo sentito ma solo immaginato. Mi alzai e lascia la panchina, voltando le spalle alla ragazza con il cappellino rosso.
Immagine di Flavio Vincenzi: “Il Cappello Rosso”
La strada ora nuda di foglie
è un borgo di muri allibiti
che crogiola latte e nuvole appese.
Corriamo aspirando lanugini chiare
a mani stupite stringiamo
il ruvido fronte dei tronchi.
Pensiamo alle luci. Di sera
le gocce cadranno pietose
da lente grondaie incurvate.